Ci sono notti che non dovremmo mai permetterci di dimenticare

Ci sono notti che dovrebbero restare nei ricordi come simbolo di leggerezza, di abbracci, di musica, di brindisi, di promesse per un nuovo anno appena iniziato. E invece diventano ferite collettive, cicatrici che attraversano famiglie, comunità, generazioni. 

La notte di Capodanno a Crans-Montana, nel locale “Le Constellation”, è una di quelle che nessuno avrebbe mai voluto raccontare. Una notte che doveva essere festa e che invece si è trasformata in tragedia.

Eppure, con un dolore che non può essere cancellato e con un rispetto che deve essere assoluto verso le vittime, i feriti e le loro famiglie, resta una sensazione amara difficile da ignorare: quella che tutto questo fosse, in qualche modo, già scritto. Non per fatalismo, non per destino, ma per dinamiche che si ripetono sempre uguali, con impressionante regolarità. 

E oggi, paradossalmente, potremmo persino dire che era già raccontato, già visto e già disponibile in streaming.

Su Netflix esiste una serie, “La notte che non passerà”, che racconta la drammatica vicenda dell’incendio avvenuto nel 2013 nella discoteca Kiss, a Santa Maria, in Brasile, dove un rogo durante una festa universitaria provocò la morte di 242 persone e il ferimento di oltre 600, con dinamiche inquietantemente simili: un locale affollato, una serata di festa, la musica, un incendio, il caos improvviso, il panico, la fuga disperata, le vittime. Una storia che sembra una sceneggiatura e che invece è cronaca. Come lo è oggi Crans-Montana. Non si tratta di fare paragoni irrispettosi, né di trasformare il dolore in spettacolo. Si tratta di prendere atto che la realtà, troppo spesso, ricalca copioni già scritti, già visti e purtroppo già dimenticati.

Nel locale quella notte c’erano ragazzi che volevano soltanto festeggiare. Ballare. Abbracciarsi. Iniziare un nuovo anno con la leggerezza che appartiene alla loro età. In pochi istanti, tutto si è ribaltato. L’euforia è diventata paura, la musica è stata sostituita dalle urla, la folla in una marea incontrollabile. Spinte, cadute, corpi travolti. Una fuga disperata che ha spezzato vite e ne ha segnate altre per sempre. Giovani che oggi non ci sono più e giovani che porteranno sul corpo e nell’anima i segni indelebili di quella notte.

Davanti a tragedie come questa, il silenzio è doveroso, ma non può diventare rimozione.

Il rispetto è indispensabile, ma non può diventare alibi per non parlare di responsabilità. Perché la vera mancanza di rispetto verso quelle vite sarebbe voltarsi dall’altra parte, archiviare tutto come una fatalità e prepararsi, inconsapevolmente, alla prossima tragedia.

Il tema centrale, oggi, dovrebbe essere uno solo: la consapevolezza. La consapevolezza delle autorità, chiamate a vigilare, controllare, prevenire, perché i controlli non sono un fastidio burocratico né un intralcio alla movida, ma uno strumento di tutela della vita. La consapevolezza dei gestori, che hanno il dovere morale e giuridico di conoscere le norme, applicarle e rispettarle, perché capienza, vie di fuga, piani di emergenza e formazione del personale non sono formalità, ma barriere contro la morte. E la consapevolezza dei giovani, che devono imparare a leggere i segnali, a valutare quando qualcosa non va, a ricordare una regola semplice, brutale, ma vitale: nel dubbio, scappare.

Non è vero che “tanto non succede niente”. Succede. È già successo. E continuerà a succedere se continueremo a raccontarcela.

Quanto accaduto a Crans-Montana è l’ennesima dimostrazione di un meccanismo che conosciamo fin troppo bene, quello che molti anni fa descrissi nel modello del “ciclo dell’esagerazione nella percezione del rischio”[1].

Ogni tragedia innesca lo stesso percorso: prima l’evento, che sconvolge e catalizza l’attenzione di tutti, poi il picco esagerato della percezione, quando tutti parlano di sicurezza, tutti diventano esperti, si cercano colpevoli, si invocano controlli, leggi più severe, misure drastiche. E poi, inevitabilmente, arriva l’oblio. Il tempo passa, le notizie cambiano, l’attenzione si sposta altrove e quella tragedia scivola lentamente fuori dall’agenda pubblica.

Ed è qui che ci fermiamo, sempre, ogni maldetta volta. Ci fermiamo all’oblio. Dimentichiamo. Ci convinciamo che “da noi non succederà”, che “era un caso isolato”, che “qui è diverso”, che “ora è tutto sotto controllo”. Ed è esattamente così che ci ritroviamo, puntualmente, al punto di partenza. Come nella serie Netflix. Come in Brasile. Come in Svizzera. Come ieri, come oggi, come domani. Ogni volta ci eravamo dimenticati. Ogni volta torniamo a stupirci. Ogni volta saliamo in cattedra per spiegare cosa è successo e perché è successo, alimentando discussioni sterili di sedicenti ed improvvisati esperti. E poi, di nuovo, il silenzio.

Il problema non è che la percezione del rischio diminuisca, perché è umano e fisiologico. Non possiamo vivere costantemente in allarme. Il vero problema è che non costruiamo mai la fase successiva, quella in cui la prevenzione diventa cultura, la sicurezza diventa sistema, la responsabilità diventa condivisa. Continuiamo a vivere in un eterno ritorno fatto di tragedie, indignazione, promesse e dimenticanza. Con un costo altissimo: le vite umane.

La notte di Capodanno a Crans-Montana non potrà essere cancellata né riscritta, ma può e deve servire. Servire a cambiare davvero. Servire a pretendere controlli seri. Servire a costruire una cultura della sicurezza. Servire a far capire che la sicurezza non è un freno al divertimento, ma la sua condizione necessaria. Questo ennesimo sacrificio di giovani vite non deve rimanere vano. È giusto che vengano accertate le responsabilità ed è doveroso che la giustizia faccia il suo corso, ma soprattutto è necessario che almeno qualcosa nasca da questo dolore. Che la giovane vita stroncata non sia solo un nome su una lapide, che i ragazzi feriti non siano solo numeri in una statistica, che chi porterà per sempre i segni di quella notte non venga dimenticato.

Alla fine dei titoli di coda della serie Netflix “La notte che non passerà”, scorre, inesorabile, la seguente frase:

Il processo, previsto per il 16 marzo 2020, a causa della pandemia ebbe luogo solo a dicembre 2021, quasi nove anni dopo l’incendio, la giuria condannò gli imputati a pene tra i 19 e i 22 anni.

 Dopo nove mesi, per tecnicismi, il tribunale di Rio Grande Do Sul, accolse il riscorso degli imputati e annullò il verdetto di primo grado, per questo, a gennaio 2023, gli imputati sono liberi in attesa di nuovo processo, ancora senza data.

 Dieci anni dopo l’incendio, nessuno è in prigione. 

 L’associazione di famigliari e vittime della tragedia continua a lottare affinché i responsabili non restino impuniti.

 Per la memoria, per la giustizia, affinché non si ripeta “.

La memoria è una responsabilità collettiva: dimenticare è l’inizio del prossimo errore.


[1] G. Mastromattei (2017) “Il ciclo dell’esagerazione nella percezione del Rischio”(https://www.securindex.com/downloads/fbdeebcf04a9f9b2dbe844f8385698a9.pdf)

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